22 e 23 Agosto 2008, Windhoek

Itinerario

Al mattino smontiamo il campo (per l’ultima volta!) e proseguiamo lungo la Cape Namibia Route dritti dritti verso nord. 300km passano in fretta e in breve tempo chiudiamo il grande anello a Windhoek, al Chameleon Guest House. Poco fuori Windhoek c’è un ultimo piccolo parco visitabile, il Daan Viljoen Park dove decidiamo di pranzare, non appena restituito il materiale da campeggio alCamping Hire Namibia.

Ora, è inutile tentare di sottostimare la precisione tedesca di Maike e Frauke, quindi ammettiamo subito di aver distrutto una delle loro casse di metallo (a Sesfontein, durante una manovra repentina…) ma decidiamo di giocare la carta del baratto, promemoria che gli italiani, in quanto a commercio, la sanno lunga. Avendo Genny già deciso a inizio viaggio di non riportare in Italia la sua tenda, piuttosto che buttarla proviamo quindi ad offrirla alle crucche come risarcimento per il danno. Dopo avercela fatta montare, ispezionano la tenda (mai fidarsi dei latini…) e accettano il baratto!

Non ho molto da dire sul parco Daan Viljoen. Non solo è un parco con pochissimi animali, ancor meno turisti e priva praticamente di personale, ma dopo Etosha è assai difficile trovarne all’altezza se non mirando sulle grandi riserve sud-africane o kenyote.

Ad ogni modo percorriamo un lungo percorso a piedi risalendo il greto secco di un ruscello fino ad una piccola diga.

Per la cena ci facciamo suggerire dal personale del Chameleon e ci dirigono a La Marmite. Strano, non è citata sulla Lonely Planet, ma questo non fa testo, la Lonely Namibia fa davvero pena talmente è poco aggiornata e la conferma la abbiamo ancora una volta quando scopriamo che “La Marmite” occupa lo stesso indirizzo di un locale dalla descrizione simile e stra-raccomandato dagli autori della Lonely. Se non altro però è una rassicurazione in più, no?

Comunque confermiamo le ottime recensioni alla fine di uno splendido pasto seduti su panche di tronco lungo una lunga e stretta tavolata nel cortile sul retro in una bellissima ambientazione africana (Hey! Ma siamo già in Africa!).

Il Chameleon sarà anche una Guest House per “backpackers” ma una stanza in muratura con un letto fatto e un bagno privato è comunque lusso sfrenato.

Il giorno del 23 viene dedicato allo shopping tra gli infiniti negozi e bancarelle alla ricerca della migliore contrattazione su pezzi di legno intagliati e decorati a mano, poi rimettiamo insieme i bagagli e ci facciamo portare all’aeroporto.

Quando chiamano il nostro volo è sera, fuori è tramonto e mentre ci accodiamo al gate i negozi della sala d’attesa chiudono. Il nostro è l’ultimo volo.

Il mattino dopo siamo di nuovo a Frankfurt e poi in Italia. Con tanta sabbia negli zaini, tante foto, tante belle esperienze… e poca abbronzatura.

E una sola scarpa da trekking. Maledetti sciacalli.

Namibia 2008

21 Agosto 2008, Keetmanshoop, Hardap

Cheetah

È giunto purtroppo il momento di puntare di nuovo verso nord, verso Windhoek e chiudere così il cerchio del nostro percorso namibiano.

Percorriamo la Cape Namibia Route, l’asse stradale che connette il cuore della Namibia (e quindi Windhoek) al Sud Africa. Non è un’autostrada e non è piena di traffico, ma è asfaltata e questo già basta per capire che stiamo definitivamente abbandonando l’Africa più selvaggia per tornare alla civiltà europea.

A Keetmanshoop ripariamo il copertone forato a Aussenkehr e cambiamo gli ultimi euro. Vicino a Keetmanshoop c’è il Cheetah Project della Gariganus Farm dove si possono vedere a distanza ravvicinatissima l’ultima delle nostre prede: il ghepardo! La farm si sviluppa intorno all’abitazione dei gestori e raccoglie in 4 enormi recinti una decina scarsa di ghepardi, una nutrita colonia di suricati e una coppia di facoceri.

Poco oltre, lungo la strada, facciamo una passeggiata nella Giant’s Playground tra imponenti massi impilati ad arte come se fossero pietre, disposte in pila da un qualche gigante giocherellone. Un interessante scherzo geologico.

Hardap dam si trova a metà strada tra Keetmanshoop e Windhoek e ci arriviamo la sera, appena prima della chiusura, con i serbatoi quasi vuoti.

La Hardap Recreation Resort è un vasto villaggio vacanze sulle sponde del lago artificiale creato dalla diga di Hardap. Essendo inverno è completamente vuoto e chiuso ed accentua la già dilagante malinconia degli ultimi giorni di viaggio.

Namibia 2008

20 Agosto 2008, Fish River Canyon, Aussenkehr

Albero Faretra

Il Fish River Canyon è un canon scavato dal fiume… Fish River… in una cosidetta rift valley. In pratica si tratta di un canyon nel canyon (casomai interessasse a qualcuno).

Scendere nel canyon significa impegnarsi in un trek di almeno 3 giorni ma serve una settimana per visitarlo tutto. Noi siamo dei day hickers e l’unica possibilità sono i viewpoint posti al bordo. La vista è splendida e rende bene l’idea della profondità dela gola. Giù in fondo si vedono anche delle pozze d’acqua, segno che il Fish River non si prosciuga del tutto durante la stagione secca.

I colori delle rocce, la larghezza e la profondità della gola ricordano molto il Grand Canyon americano ma l’assenza di turisti e la semplicità delle strutture lo rendono da un lato più genuino e dall’altro però meno apprezzabile visto che lo si può vedere solo dall’alto.

Sulla mappa segnalano la “Vespa on a Rock”, uno dei punti di interesse a fondo valle. Cosa può essere…? Fortunatamente c’è una foto sulla mappa che ritrae in effetti il relitto di una Vespa Piaggio! Come ci sarà arrivata? Fantastichiamo su falliti viaggi Roma-Città del Capo… oppure tifoserie ultras coloniali… o chissà cos’altro… Ma resta solo un piccolo pezzo di italianità segnalato su una mappa per noi, nulla di più.

La visita al Canyon si risolve così, con qualche view point e una infinità di foto al canyon e agli alberi faretra.

Al campeggio consultiamo le nostre guide alla ricerca di una attività pomeridiana. La Lonely si è dimostrata molto imprecisa in questo viaggio, con prezzi sbagliati e segnalazioni di ristoranti chiusi da anni, quindi la ricerca non è così immediata. Ai-Ais sembra un luogo interessante. Ci saremmo accampati lì ma il centro ricettivo è chiuso per restauri. Okay, ma non possiamo comunque farci un giro per visitare il fiume e le terme? La ranger ci informa che no, tutta l’area è chiusa e pure protetta da guardie armate. Okay, desistiamo.

Dobbiamo però almeno fare benzina e la ranger ci indica la strada per una stazione poco distante (15km) e via, qualcosa da fare l’abbiamo trovato! La Cañon Road House è immersa nel nulla più totale ed è una oasi di vita, civiltà e… stile! Il nome spagnoleggiante serve a sottolineare l’idea di una stazione da Route 66 dei tempi d’oro, con un decor interno fatto di paraurti cromati, targhe, cerchioni e tanti altri elementi dei famosi fifties.

Rifornimento e rinfresco e poi, mappa in mano, puntiamo a sud, determinati nel raggiungere il fiume Oranje che segna il confine con il Sudafrica e concludere simbolicamente la traversata nord-sud della Namibia. Noordoewer sembra un centro interessante ma è troppo lontano e decidiamo di puntare su Aussenkehr.

La strada è comunque lunghissima, desolatissima, priva di qualsiasi segno di vita (umana ed animale) salvo per qualche farm disperso in questo paesaggio lunare.

Una collina… una valle… nulla…

un’altra salita… vediamo cosa c’è di là… nulla…

alla prossima torniamo indietro, dai…

dai che è dietro quella collina… la prossima…

Improvvisamente una township, una distesa di casette rettangolari di paglia e lamiera tra stradette sterrate. Oh cielo dove siamo finiti! Non ci possiamo certo fermare qui! E fare inversione non è una furbata, bisogna andare ancora avanti. Poco oltre la collina ecco snodarsi, calmo, l’Oranje e nella piana giù in fondo… una immensa area verde di coltivazioni e filari regolari!?

Dopo le tante ore nel deserto e la botta della township, quel verde sembra ancor più luminoso ed inverosimile e vi corriamo incontro, quasi come ipnotizzati. Una volta raggiunte scopriamo che sono vitigni! Un cartello indica la svolta per un lodge e lo seguiamo così forse possiamo fare il nostro pic-nic in riva al fiume, contando magari sul supporto di un bar.

Il lodge è costruito solo in parte. Una buona metà è ancora in costruzione ma è già evidente che si tratta di un’oasi di civiltà, lusso e tranquillità distante anni luce dal villaggio delle manovalanze indigene visto prima!

Al bar una birra costa N$ 14, una fortuna, un record nel nostro viaggio sinora, indice che man mano che ci si spinge verso sud i prezzi aumentano. Non importa se è circa un euro e siamo in paradiso.

Altro copertone a terra, altra sostituzione lampo e via verso il campeggio, riattraversando a ritroso quella desolazione che ci aveva tanto ipnotizzati all’andata. Chissà com’è, però, che i viaggi di ritorno sembrano sempre più brevi?

Di nuovo a Hobas gli altri vanno al canyon per il tramonto, io resto al campeggio a farmi una doccia con calma. Basta macchina per oggi.

Namibia 2008

19 Agosto 2008, Helmeringhausen, Bethanien, Seeheim, Hobas, Fish River Canyon

Seeheim Hotel

Oggi possiamo alzarci tardi. 6 e mezza.

Ma… Ma… Maledetti sciacalli! Non vi bastava la mia scarpa? Vi siete messi a rovistare tra le scatole e i bidoni a caccia della nostra colazione? Sparisce il caffè e una ciabatta (?!) di Giancarlo, entrambi recuperati poco lontano. Non è possibile.

Smontiamo il campo e ci avviamo per il trasferimento più lungo previsto nel programma: 520km, sempre verso sud, fino al Fish River Canyon.

Il percorso è terribilmente noioso, fortuna che ci sono un paio di occasioni per fermarci lungo il percorso. Il primo è a Helmeringhausen, un ristoro molto accogliente noto per la migliore torta di mele di tutta l’Africa (ancora?) ma è il tè al rooibos che mi interessa particolarmente. Ha un sapore molto simile al tè comune, ma è molto più forte, più ricco e più dolce e va giù che è un piacere. Non l’ho ancora trovato dalle mie parti (a parte forse in qualche costosissima erboristeria) ma lo consiglio vivamente, specie a chi piace il tè nero.

Ancora un po’ di strada e siamo a Bethanien per provare a fare la spesa. Il supermercato è assai povero come in verità tutta la cittadina. Qui sembra davvero l’Africa dei documentari: povertà ovunque e senso malinconico di abbandono.

A Seeheim fanno i migliori toast dell’Africa australe (?!) ma data l’ora credo che anche se si trattasse dei peggiori non avremmo fatto storie. Comunque meritano davvero. Il Seeheim Hotel è un grande palazzo in stile nord-europeo che sembra un incrocio tra la villa di Psyco e la casa degli Addams e sicuramente fuori luogo nel panorama desertico e brullo che la circonda. Il meglio però è all’interno, nel bar: un autentico monumento al cattivo gusto. Sulle pareti ci sono busti imbalsamati di tutti i possibili animali selvatici, compresi tutti quelli che abbiamo visto fin’ora: orici, zebre, springbok… una carneficina.

Però non si sono fermati a questo. Se il busto è fissato al muro come trofeo, la parte posteriore è fissata dietro il bancone del bar ed adibito a spina per la birra. Sì, esatto, la birra esce… da lì…

Si salvano per i toast ma decidiamo di andar via di corsa. Al tramonto, dopo un lungo tragitto che finalmente ci ha visti ricongiungere con il lusso delle strade asfaltate siamo a Hobas, il campeggio in prossimità del Fish River Canyon.

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18 Agosto 2008, Sesriem, Sossusvlei, Duna 45, Hidden Vlei, Dead Vlei

Sossusvlei

La sveglia suona troppo presto, le 5 sono un’ora indecente per alzarsi durante l’anno, figuriamoci in vacanza! È tutto pronto, dobbiamo solo vestirci e balzare in macchina. Il campeggio è già tutto in subbuglio. Accidenti gli altri gruppi ci stanno battendo sul tempo! Svelti! Svelti! Dov’è la mia scarpa! Dov’è la mia scarpa!! No… non facciamo scherzi… la sinistra è appena fuori dalla mia tenda, dove l’ho lasciata la sera prima (in posizione strategica) ma l’altra? Che scherzi idioti!

Avevo comprato gli sarponcini apposta! Per giorni me le sono trascinate nella borsa in previsione della salita sulla duna! Alte sulla caviglia, suola spessa… Maledetti!

Maledetti sciacalli! Alla reception del campeggio cui chiederò informazioni nel pomeriggio mi avvisano che sono senz’altro stati gli sciacalli nella notte. Ma di cosa si cibano sti animali?

Non c’è tempo per cercarle, ripiego sulle fedeli Nike (basse e con le cuciture che iniziano a cedere) e via.

Nel buio della mattina siamo in coda, in attesa dell’apertura del parco. Una volta verificato il permesso (svelto! svelto!) ci lanciamo lungo la strada principale (per fortuna asfaltata) a circa 120km/h (il doppio del limite consentito…) e ci fiondiamo nel parcheggio alla base della Duna 45. Da qui ci lanciamo all’arrampicata dietro a una ventina di turisti arrivati prima di noi (svelti! svelti!).

Finalmente in vetta, senza fiato e con le scarpe piene di sabbia (maledetti sciacalli!) ci siediamo in prima fila a godere lo spettacolo dell’alba sopra le dune.

Il cielo non è sereno come siamo stati abituati finora ma è invece puntellato di nuvolette a pecorelle ed il sole alle loro spalle le illumina creando un gioco di riflessi e rifrazioni incantevoli (foto! foto! foto!).

La discesa è ben più rapida ed indiscutibilmente meno impegnativa. A valle, al parcheggio, colazioniamo. Sono oramai le 8.00!

Seguiamo la strada verso il cuore del Sossusvlei fino al parcheggio vicino alla Hidden Vlei.

La Hidden Vlei dista solo 2km dal parcheggio ma sebbene la distanza paia breve, camminare sotto il sole sempre più caldo con i piedi che affondano nella sabbia è incredibilmente faticoso (maledetti sciacalli!). Il pan è una piccola piana circondata dalle dune altissime, con una base piatta, quasi bianca, puntellata da scheletri neri e secchi di alberi. Siamo i soli in questa valle avvolta nel silenzio più totale… desolata, sì, ma anche pacifica e tranquilla.

Alla fine della strada asfaltata parte il cammino verso la Dead Vlei, meta celeberrima nel deserto del Namib. Un’altra impervia camminata sulle dune ed eccola! È più grande della precedente ma ci sono anche più turisti che rovinano un po’ il senso di solitudine ed abbandono che si evince invece dalle foto nelle guide.

Pranziamo al campo dove nel frattempo si è alzato un vento incredibile che riempe le tende di sabbia finissima. Ci rilassiamo all’ombra e poco più tardi facciamo una passeggiata nel Sesriem Canyon, una stretta gola scavata nella roccia dai fiumi che si formano durante le piogge. Un’altra duna ed è ancora il tramonto.

Maledetti sciacalli, lo so che siete là fuori!

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17 Agosto 2008, Solitaire, Sesriem, Sossusvlei

Solitaire General Dealer

Trasferimento a Sesriem, all’ingresso del parco del Sossuvlei nel cuore del deserto del Namib.

La strada passa per Solitaire, postazione di rifornimento e pasti nel mezzo del nulla, dall’aura che fa quasi pensare al far west della Route 66. Il Soltaire Country Store gode della fama di miglior torta di mele dell’Africa. Non male considerato che non vi sono alberi in un raggio di centinaia di chilometri, no?

A Sesriem piantiamo le tende nella sabbia, sotto un grande albero e ci dirigiamo verso la famosa duna 45 per il tramonto.

Questa almeno era l’idea! Un errore nell’interpretazione delle indicazioni date dalla reception ci porta a percorrere parecchi chilometri… nella direzione sbagliata… Il tempo di correggere l’itinerario ed è già iniziato il tramonto. Ci fermiamo alla base di una duna “a caso” visto che rischiamo di non fare in tempo (il parco chiude proprio al tramonto, alle 6.30).

Grigliata di rito e a nanna in tenda su un morbido fondale sabbia. La sveglia è prevista per le 5, in tempo per poter essere tra i primi all’apertura del parco (5.30) ed arrivare alla duna 45 per l’alba.

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16 Agosto 2008, Sandwich Harbour, Walvisbaai (Walvis Bay), Swakopmund

Sandwich Harbour

La giornata inizia bene con una colazione super al Café Anton: uova, tè, torta, toast, frutta, zuccheri, grassi, colesterolo, energia! Yeah!

A Walvis Bay (altra città costiera) incontriamo Andrew che ci accompagna in un tour sulle dune fino a Sandwich Harbour.

Ah, sulle dune ci andiamo con le nostre 4×4 e non è una cosa da ridere. Per prima cosa dobbiamo sgonfiare un pelo i copertoni, poi un esaltatissimo Andrew ci precede fino alla cima di una duna e qui ci mette alla prova. La discesa dalla duna è un pendio con una inclinazione di almeno 30° di sabbia finissima. Alfredo è alla guida e riesce nell’adrenalinica impresa di scendere senza spaventarsi, senza insabbiarsi e soprattutto senza cappottare la macchina. Noi passeggeri ci pisciamo sotto, non siamo mica al luna park!

Okay, il peggio è passato e proseguiamo con più “calma” lungo il mare, su e giù dalle rosse dune che discendono nell’oceano sotto un cielo azzurrissimo. Sanwich Harbour purtroppo non esiste più. Originariamente era un lago costiero di acqua dolce, asilo per fenicotteri rosa, natura e pure qualche casa. Poi il fiume che lo alimentava è stato bloccato dalle dune ed il mare ha eroso il resto. Ora rimangono solo chilometri e chilometri di spiaggia, di sole e di gabbiani.

Con l’adrenalina a mille pranziamo su un “pier” a Walvis Bay mentre alla tele sta per iniziare una partita di rugby: Nuova Zelanda vs Sud Africa. Peccato dover venir via!

Torniamo a Swakopmund per un po’ di shopping ma scopriamo che il Sabato i negozi chiudono alle 13.00.

Maledetti, potevamo guardarci la partita!

Riusciamo comunque a fare la spesa per i giorni successivi (spiegando al macellaio del supermercato cosa sia la T-Bone, mah…)  e poi al “Tug” per un aperitivo godendo lo spettacolo di uno splendido tramonto sull’oceano.

Per cena facciamo il bis al ristorante di ieri.

Una giornata indimenticabile.

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15 Agosto 2008, Swakopmund

Welwitschia

Swakopmund è un’altra località costiera, sempre più a sud, sempre più occidentale e ben più vivace della sonnecchiante Henties Bay. Si vede che ci stiamo avvicinando al Sudafrica e le influenze Olandesi, Tedesche e Inglesi si manifestano nei palazzi, nei negozi, nelle strade e (ovviamente) tra la gente. Tutto un altro mondo rispetto alle regioni del nord.

Per compensare la notte “agreste” presso lo Spitzkoppe, si ritorna in piccoli bungalow da 4 letti ciascuno. Nell’entroterra percorriamo la Welwitschia Drive, un percorso nel deserto che permette di vedere da vicino le welwitschie, la pianta simbolo della Namibia.

La welwitschia è una pianta alquanto particolare (a partire dal nome…).

  • Ci sono le piante maschie e le femmine
  • Non si toccano e visto che crescono nel deserto, non vengono impollinate da animali o insetti. Si affidano esclusivamente al vento.
  • Cresce estremamente lentamente ed è eccezionalmente longeva (la più vecchia e famosa ha almeno 2000 anni).
  • Si nutre dell’umidità della nebbia costiera assorbita dalle foglie, non dalle misere radici.
  • È decisamente brutta. Mi spiace ma lo devo dire!

Sulla strada passiamo dalla Moon Landscape, un paesaggio particolarmente deserto e roccioso, dal nome perfettamente indovinato.

Per cena si ritorna in un ristorante dove una straordinaria grigliata di gamberoni ci costa la bellezza di 30€ a persona, compreso dell’ottimo vino sudafricano.

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14 Agosto 2008, Spitzkoppe

Tramonto a Spitzkoppe

Approvvigionamento alimentare e via per Spitzkoppe.

Lo Spitzkoppe è una formazione rocciosa singolare, formata da enormi massi tondeggianti color sabbia appoggiati (apparentemente in modo instabile) su colate di sabbia compressa e durissima.

Da lontano il profilo della montagnia ricorda vagamente il Cervino. L’area è recintata e organizzata come un parco naturale con la possibilità di campeggiare in qualsiasi posto. D’altronde qui manca tutto, pure i bagni e le docce. Pure la legna, accidenti.

Piantiamo le tende in una piazzola a ridosso di due enormi massi e ci avviamo a visitare il monte. Da un lato c’è la possibilità di arrampicarsi con l’aiuto di una catena fissata a dei pali ma ovunque queste bolle di granito ci permettono di salire e scendere con relativa facilità. Un arco naturale scavato dal vento ci fa da sfondo per tante (troppe!) foto in attesa di un tramonto mozzafiato.

Al campo scopriamo che la scelta di piantare le tende nel mezzo di una gola è infelice visto che il vento convogliato dalle alture crea una corrente d’aria gelida che spazza il campo. Spicchettiamo e riposizioniamo le tende mentre Giancarlo ci delizia con un’altra delle sue grigliate a base di T-bone steak. Si narra che Massimo ed altri abbiano acquistato la legna da uno che… insomma… non era un negozio… era la sua!

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13 Agosto 2008, Skeleton Coast, Kaap Krius (Cape Cross), Hentiesbaai (Hentie’s Bay)

Cape Cross

Direzione: costa!

Varchiamo il cancello di accesso alla Skeleton Coast Park di buon mattino e procediamo dritti verso la costa.

Il mare non si vede, rimane nascosto oltre basse montagne desertiche e brulle ma all’orizzonte le cime avvolte in una minacciosa coltre di nubi e nebbia fanno ben intendere cosa si trovi là, dove siamo diretti.

Una volta dentro la nebbia, tuttavia, il paesaggio si è trasformato radicalmente e ci ha trascinati in uno scenario lunare: piatto, privo di qualunque scampolo di vita, grigia la sabbia e il cielo. A 360° intorno a noi non c’è nulla se non una striscia di sabbia e terra compattata, delimitata da qualche cartello stradale che indica le destinazioni vicine, quasi a farci coraggio ad andare avanti…

Avanziamo per diverse ore, ogni tanto l’oceano spunta spumeggiante tra le dune ma resta comunque là, troppo lontano e in un certo qualmodo pare pure fuori luogo in tanta desolazione. La strada corre parallela alla costa e tra noi e il mare rimane una larga striscia “off limits” che ci impone di avanzare verso sud.

La nostra pazienza dura poco: ignoriamo il divieto e svoltiamo, dirigendoci dritti verso il bagnasciuga.

Orbene. La Skeleton Coast non ha un nome a caso. Accidenti, non c’è proprio nulla. Il sole spunta qualche volta ad illuminare quello che potrebbe esser, senza troppa fantasia, un pianeta disabitato. Ma guardando attentamente, forse, su un altro pianeta non ci siamo ancora finiti, se non altro a giudicare dal preoccupante numero di ossa sparsi tra le pietre… Gulp!

Magari non ce ne siamo accorti? Un cataclisma ha cancellato la vita dalla terra e noi siamo rimasti quali unici sopravvissuti? O forse sono rimasto in macchina per troppo e sto farneticando? Mmm…

Di nuovo in strada giungiamo alla fine della Skeleton Coast Park ed entriamo nella National West Coast Recreational Area. Cambia il nome ma lo schema si ripete. Stavolta però c’è un cartello che indica la presenza di un relitto! Olè! La guida di Massimino offre una bella foto di un peschereccio arenato sulla spiaggia ma quando ci arriviamo noi troviamo solo alcuni pezzi di lamiera ricoperta di strati di ruggine. Vuoi dire che l’azione della salsedine, del mare, del vento e della sabbia sono in grado di ridurre uno scafo intero a questi pochi frammenti?!

Cape Cross, e finalmente un po’ di vita. La punta rocciosa è la residenza per una (enorme!) colonia di otarie (o foche, o leoni marini? Guide diverse offrono traduzioni diverse, boh!)

Un baccano!

Un odore!

Una quantità infinita di foche (otarie? leoni?) si raccoglie su queste rocce, ammassandosi una sull’altra. Altrettante si cullano nelle grandi e gelide onde oceaniche che si infrangono sulla costa. Un manipolo di sciacalli vigila la colonia, pronti a balzare su una preda succulenta non appena gli si offre l’opportunità.

Per sera siamo a Henties Bay, cittadina balneare (d’estate) sperduta in questa spiaggia infinita. Dai negozi aperti e dalle auto in circolazione si colgono due caratteristiche fondamentali

1) è bassa stagione, non c’è un’anima

2) l’unica attività praticata è la pesca, usando lunghissime canne fissate al paraurti dei pick-up.

Socialmente parlando da Henties Bay in giù siamo in un contesto diverso. La cittadina è decisamente occidentale (e direi tendente verso nord, in stile anglo-sassone) ed il tutto è in mano agli afrikaner. I neri sono invece di là, appena fuori dal centro abitato, in piccole casette di compensato e lamiera. L’apartheid vige ancora sebbene con toni meno formali e comunque si direbbe in un clima di pacifica convivenza.

Il programma di viaggio prevede una breve parentesi di lusso e civiltà: notte in albergo e cena al ristorante!

Ceniamo a base di pesce al “Fishy Corner” (nome fuorviante per gli anglofoni…) dove un piattone di gamberi, cozze gigantesche, seppie e filetto di merluzzo (credo) ci costa la bellezza di N$ 130,00! (praticamente una decina di Euro)

In breve tempo ci facciamo progetti per un buen retiro per la nostra terza età, investendo i nostri risparmi in una villetta sulla costa (ve ne sono di nuova costruzione a circa 40.000 €)

La cucina del ristorante è lentissima e solo dopo ben 2 ore otteniamo i nostri piatti. Da notare che siamo gli unici ospiti ed avevamo pure prenotato. Ad un’ora indecente (le 10.00!) siamo, finalmente, a letto.

Un letto vero, con un materasso ed una trapunta.

Namibia 2008

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